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In un precedente articolo vi avevo introdotto al mondo del Business Design – se ve lo siete perso potete trovarlo qui – spiegando cosa fosse e in cosa consistesse, parlandovi della mia esperienza da Business Designer, ma soprattutto ponendo l’attenzione sull’esistenza di un approccio “creativo” al business.

Il Business Design non è altro che un approccio strategico che coniuga le metodologie di consulenza più classiche (e per questo intramontabili), a metodologie più pratiche e creative di problem solving che pongono al centro del processo le persone con i propri pensieri, la propria identità ma soprattutto i propri bisogni. In questo caso si parla anche di un altro concetto fondamentale, cioè il Design Thinking che attraverso la profonda conoscenza delle persone mira a disegnare un prodotto o un servizio, entrando in empatia con il target di riferimento e rimettendo tutto in discussione. Un po’ come distruggere per costruire su basi più solide.

In questo articolo di approfondimento al Design Business, voglio parlarvi proprio del concetto base del Design Thinking, espressione ormai usata di frequente e forse anche inflazionata.

Che cos’è il Design Thinking?

Partire dalla definizione in questi casi è sempre la scelta migliore e più semplice. Iniziamo col dire che il Design Thinking è un processo iterativo che può essere applicato alla risoluzione di problemi complessi e grazie all’impiego di una prospettiva diversa e creativa. Questo aspetto pluriprospettico nasce dal coinvolgimento di più ambiti aziendali, di più persone che per questo diventano il centro dell’analisi. E le “persone” in questo caso non sono solo i dipendenti di un’azienda ma anche clienti, fornitori, tutti coloro che possono fornire informazioni utili e strategiche per portare a una soluzione per un problema. Ma non è solo questo.

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L’obiettivo del Design Thinking è quello naturalmente di arrivare a una soluzione, magari in un contesto in cui sono state vagliate alternative anche fallimentari, ma che sia altamente verificabile in un lasso di tempo quantificabile. Un risultato, insomma, che sia appropriato e applicabile per chi ha sollevato il problema e che sia altresì condiviso da tutto il team di progettazione.

A chi si rivolge?

Praticamente a tutti. Negli ultimi tempi il Design Thinking è diventato molto popolare, tanto da essere definito uno strumento “democratico”. Questo grazie alla sua possibilità di applicazione in vari ambiti e da vari soggetti come aziende nascenti grandi e piccole, attività, da soggetti che vogliono ideare una start up. Ma soprattutto è molto utilizzato da chi vuole ridefinire processi aziendali già esistenti e altresì nei processi creativi di un nuovo prodotto o servizio.

Cosa, però accomuna tutti i soggetti che fanno ricorso al Design Thinking? La volontà di mettere l’innovazione al centro della strategia per ottenere risultati che come abbiamo possano essere tangibile e misurabili nel tempo.

Il Design Thinking è, quindi, applicabile a differenti tipologie di problemi semplici o complessi, siano essi prettamente di strategia, di sviluppo o organizzazione e riorganizzazione. Si parte sempre dalle persone. Si parte sempre osservando i comportamenti ma soprattutto i bisogni che diventano la chiave di volta di tutto. Perché solo partendo dalle persone si può cogliere il valore che viene poi trasferito al prodotto. È in questo dodo che si può creare un modello davvero efficiente di business.

Le fasi del Design Thinking

Come abbiamo detto si tratta di un processo e come tale prevede delle fasi ben distinte e codificate. Ciò che rende incredibile e fortemente applicabile tale processo è la velocità e la grande quantità di informazioni e soluzioni che possono essere prodotte.

  1. Empatizzare, cioè entrate in contatto con gli utenti per comprenderne i bisogni, i desideri e gli obiettivi. In questa prima fase è necessario raccogliere il maggior numero di informazioni sull’utente, evitando il contorno che possono essere pregiudizi e aspettative. Dunque conoscere chi si ha difronte, l’utente finale, è essenziale per mettere in moto il processo e passare alle fasi successive.
  2. Definire i bisogni degli utenti, i problemi e le opportunità. In questo modo si andrà a circoscrivere il problema, analizzandolo nella sua specificità. È solo in questo modo che si potrà raggiungere l’obiettivo, cioè arrivare a una soluzione efficace.
  3. Ideare nuove soluzioni, progettare idee innovative attraverso la creatività e le capacità dei vari partecipanti al processo. Una sorta di ricorrente brainstorming ad esempio tra i vari team aziendali per mettere insieme tutte le soluzioni possibili per poi concentrarsi su quelle migliori da poter sviluppare.
  4. Prototipare, cioè il passaggio alla trasformazione delle pure idee in risultati tangibili. In questa fase, infatti, si definiscono strategie, roadmap e attività di implementazione in modo semplificato e che possono aiutare a mettere in luce criticità e eventuali difetti per apportare migliorie alle soluzioni individuate.
  5. Testare le soluzioni, provare in concreto senza che questo significhi necessariamente la fine del processo stesso. Questo perché anche nella fase di test, così come in quella precedente, possono emergere elementi da migliorare o cambiare, dettagli da riprogettare o addirittura la necessità di tornare indietro per analizzare nuovamente il problema originale. Ecco perché il Design Thinking è definito un processo iterante, cioè di ripetizione.

I risultati

Attraverso questo approccio le aziende hanno uno strumento attraverso cui ampliare i propri orizzonti di valutazione e ricerca di soluzioni a problemi o alla creazione di nuovi prodotti e servizi. Tutto questo porta altresì ad un ulteriore avvicinamento tra azienda e utente/cliente ma anche all’interno dello stesso contesto aziendale in cui i vari team non lavorano più solo a compartimenti stagni ma possono confrontarsi in modo fluido per il raggiungimento di un obiettivo comune.

 

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